Commento al Vangelo di don Battista Borsato

Commento al Vangelo di don Battista Borsato

DOMENICA  DI  PASQUA

Verrà un mondo nuovo

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.                                   

(Gv 20, 1-9)

Vorrei proporre, nell’occasione di questa Pasqua, un messaggio così formulato: Pasqua è ravvivare la dolce speranza del mondo nuovo che verrà. E oltre a riflettere su questa prospettiva, naturalmente, cercherò di indicare quali strade si possono praticare per percorrerla.    

  • La dolce speranza. Perché definisco dolce la speranza? Veniamo da anni in cui la dolcezza è rimasta confinata ai margini della vita, come dimensione da dismettere, perché non funzionale al raggiungimento dell’obiettivo, fosse esso la trasformazione sociale o il successo personale. La persona dolce appariva la meno adatta a portare avanti una lotta dura e lunga: s’invocavano e si invocano caratteri grintosi, audaci, che non si arrendano di fronte all’ostilità e al dissenso. Tuttavia, e per rimanere in tema comunitario, oggi si riflette sul fallimento o sulla scarsa incisività delle riforme sognate in ambito ecclesiale e di quelle progettate in ambito socio-politico. In campo ecclesiale, addirittura, si percepisce un palese ritorno al passato: il desiderio di una Chiesa popolo di Dio, comunità in cui si pensa e si decide insieme, si sta spegnendo, anche se si levano qua e là voci che lo richiamano e lo tengono acceso.                                          

Perché il sogno si è interrotto o, quando è andata bene, si è tanto ridimensionato? Una delle cause, e non secondaria, risiede certamente nell’aver trascurato la dolcezza come strumento per perseguire il cambiamento. Gandhi sosteneva che il nemico non va vinto ma convinto. Non si possono imporre le riforme: perché riescano ad attecchire, esse devono venire condivide. Quando s’impone una svolta, anche se è la più opportuna, anche se è la migliore possibile, si compie un atto di violenza che innesca una reazione spesso pericolosa. La dolcezza testimonia, invece, ed è praticabile unicamente, in una relazione vera con le persone, autentica: solo a questa condizione si può discutere, riflettere, scegliere insieme. Paolo VI affermava che i vescovi devono dimostrarsi uomini di comunione e non di comando, e altrettanto i presbiteri: uomini di comunione vuol dire uomini dolci, che sappiano aspettare, ascoltare, rispettare le idee degli altri.

  • Il mondo nuovo che verrà. Il mondo è sempre lo stesso? Una certa convinzione, tra le più diffuse e quasi irreformabili, insegna che esso è sempre uguale. Si lavora, ci s’impegna per modificarlo, ma la realtà non cambia: i poveri rimangono poveri, i potenti hanno sempre ragione, ed i più forti continuano ad opprimere i più deboli. È vero? Se si guarda al mondo superficialmente, senza molto riflettere, è inevitabile concludere che le cose stanno proprio così. Ma si tratta di una lettura debole, che manca di memoria. Sappiamo invece che, sia in campo sociale e politico, sia in campo ecclesiale, perfino il nostro Paese, l’Italia, in questi ultimi cinquanta, cento anni, è molto cambiato: in meglio.                                                  

In campo politico, da un regime chiuso e conservatore, ed attraverso il governo di una dittatura, siamo passati ad una democrazia che patisce certamente difficoltà e problemi, ma porta anche, ne siamo altrettanto sicuri, maggiore attenzione a tutti. Esistono oggi sindacati, associazioni, gruppi, che in qualche modo difendono i diritti delle varie categorie, con libertà d’azione un tempo inimmaginabile. E pure le Chiesa ha vissuto una grande svolta: grazie al Concilio essa si è aperta al dialogo con culture diverse, con altre religioni, con il mondo. Al proprio interno non è più divisa rigidamente fra gerarchia e fedeli, e sta avanzando, anche se con fatica, l’idea di un popolo di Dio in cui tutti siano e si sentano corresponsabili delle scelte comuni.          

Stiamo camminando verso un nuovo cristianesimo e una nuova Chiesa.

  • Un nuovo cristianesimo. Di fronte all’indifferenza religiosa, sempre più dilagante, e di fronte all’emorragia di presenze dalla Chiesa, in alcuni nasce l’inquietante domanda: il cristianesimo avrà un futuro? Pure Gesù si è interrogato: “Quando il figlio dell’uomo verrà, troverà anche la fede sulla terra?” (Lc 18,8). Non è chiaro il senso di questa espressione, ma certamente indica una forte preoccupazione e paura. Anche il teologo Tillard scrive: “Siamo gli ultimi cristiani?”.                       

Io sono spinto a pensare che il cristianesimo avrà certamene un futuro, ma sarà un cristianesimo diverso da quello di oggi: vivremo un cristianesimo meno di massa e più di convinzione. Essere cristiani sarà una decisione libera senza il condizionamento di fattori esterni. Terminerà il regime di cristianità, in cui tutto era cristiano. “Questo essere cristiani per libera scelta è considerato una delle grazie più grandi che l’uomo possa avere sotto il cielo” (Enzo Bianchi).

  • Una nuova Chiesa.

Una Chiesa meno ecclesiastica e più sponsale. Questa “sponsalità” si esprime nel primato delle relazioni sulle funzioni e soprattutto nell’imparare a pensare insieme e a decidere insieme. Si tratta di trovare nuove vie e modalità su cui affrontare insieme i problemi e cercare insieme le nuove risposte.

Una Chiesa meno sacrale e più attenta all’uomo. È questa forse la novità più importante che Gesù introduce nella società del suo tempo. Secondo Gesù, quello che conta per Dio non è la religione, ma la vita delle persone. Per questo motivo Gesù è arrivato a scontrarsi con i sommi sacerdoti del Tempio. Per i sacerdoti di Gerusalemme e i dottori della legge, la cosa più importante era rendere gloria a Dio adempiendo i precetti della legge, osservando il sabato e assicurando il culto al Tempio.                                                                                                                              

Per Gesù, invece, la cosa più importante sono le persone. Per questo si dedica totalmente a guarire gli ammalati, ad alleviare le sofferenze, ad accogliere i lebbrosi e gli emarginati, a difendere le donne, a ridare dignità alle prostitute, a benedire e abbracciare i più piccoli. Sapeva che, per Dio, non c’è niente di più importante delle persone.                                                                  

Una Chiesa meno maestra e più discepola. La Chiesa dovrebbe essere una comunità in continua ricerca del pensiero di Gesù nascosto dentro la Parola e dentro gli eventi della vita; una Chiesa che convoca i credenti a camminare insieme alla ricerca di Dio, ma che pure riconosce che egli è sempre più grande e oltre i confini della Chiesa, sempre eccedente.

Due piccoli impegni:

– Le scelte non vanno mai imposte ma condivise.

– Cristianesimo e Chiesa stanno cambiando, perché si sta puntando, non sulla massa ma sulle convinzioni.