Commento al Vangelo  – Settimana Santa 2026 – di Don Battista Borsato

Commento al Vangelo – Settimana Santa 2026 – di Don Battista Borsato

GIOVEDI’ SANTO –  02 Aprile 2026

Il centro di Dio è l’uomo

Prima della festa di Pasqua, Gesù sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine. Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarlo con l’asciugamano di cui si era cinto. Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: “Signore, tu lavi i piedi a me?”. Rispose Gesù: “Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo”. Gli disse Pietro: “Tu non mi laverai i piedi in eterno!”. Gli rispose Gesù: “Se non ti laverò, non avrai parte con me”. Gli disse Simon Pietro: “Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!”. Soggiunse Gesù: “Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti”. Sapeva infatti che lo tradiva; per questo disse: “Non tutti siete puri”. Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: “Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come ho fatto a voi”.

(Gv. 13, 1-15)

La liturgia del Giovedì Santo è segnata dall’episodio, narrato da Giovanni, di Gesù, che si cinge il grembiule a metà della cena e lava i piedi ai discepoli. Questo gesto è stato oggetto di molti commenti perché contiene l’ispirazione del come essere cristiani e del come essere Chiesa, anzi del come pensare Dio. Dio non ci ha creati “per conoscerlo, amarlo, servirlo in questa vita e per goderlo per sempre in Paradiso”, come recitava il catechismo di Pio X, Dio non pone il centro in se stesso (essere servito e amato), ma pone il centro nell’uomo (servirlo). È un cambiamento di prospettiva teologica, è un rovesciamento del modo di concepire Dio.

  • “Avendo amato i suoi li amò fino alla fine”. Gesù si sentiva ricercato. La cattura e la morte gli apparivano imminenti. L’odio, soprattutto del sinedrio, organo del potere religioso, cresceva sempre di più. Perché Gesù era “odiato?”. Lo vedremo un po’ più avanti. È importante, prima, chiarire che Gesù, nonostante le minacce di morte, non demorde dal suo progetto, non rinuncia alle sue idee, alla sua identità. Non si mette contro i nemici, né li odia, ma non cerca di conquistarli rinunciando a se stesso, alle sue prospettive. Ama i nemici senza perdere se stesso. Amare gli altri non vuol dire desistere dalle proprie idee o progetti. Anche nel matrimonio uno non può rinunciare al suo progetto per amore dell’altro. L’essere se stessi, inseguire la propria identità è il primo compito di ogni persona ed è anche il modo di vivere una corretta relazione. Recedere da se stessi per amore dell’altro non è autentico amore. Il far coppia è vivere una relazione in cui ciascuno scopre e vive il suo progetto Gesù, comunque, ama il suo progetto più di se stesso, della propria vita. Ed egli non ama per convertire e neppure per convincere! Ama e basta. Ama per amare. Le persone si convinceranno e si convertiranno secondo i propri tempi. Gesù lascia che siano loro a convincersi e a convertirsi nella loro libertà.

Perché Gesù è stato condannato alla morte di croce, supplizio che era riservato ai sobillatori, ai rivoluzionari? Cosa ha fatto Gesù per essere ritenuto pericoloso dall’autorità religiosa e da quella politica? La causa fondamentale è che Gesù ha messo l’uomo, la persona prima della legge. Per l’autorità religiosa ma anche per quella civile, prima c’è la legge, il principio dopo la persona, Gesù inverte l’ordine della priorità. Questo è il significato dell’espressione: “Il sabato è per l’uomo e non l’uomo per il sabato”, cioè la legge è per l’uomo e non l’uomo per la legge, i principi sono per l’uomo e non l’uomo per i principi. Gesù è realmente rivoluzionario: ha anteposto l’uomo al di sopra delle istituzioni e della legge. Era, ed è, un capovolgimento che stordisce perché non c’è più la fissità e la sicurezza della legge e dei principi. Si apre così il varco della responsabilità e questo fa paura perché sembra che la libertà di pensiero non abbia più confini.

  • “Prese l’asciugamano…. E cominciò a lavare i piedi dei discepoli”. Nel Vangelo di Giovanni durante la cena non c’è l’istituzione dell’Eucarestia, non si parla della presenza di Gesù nel pane e nel vino; c’è, invece, al suo posto il gesto di Gesù che lava i piedi. “I piedi” rappresentano la parte più “sporca” della persona e questo indica che Gesù ama l’uomo, soprattutto nei suoi tratti di fragilità e di peccaminosità: ama l’uomo così com’è. Ma “i piedi” sono pure il simbolo del camminare e allora il lavare i piedi indica che Gesù spinge ad essere instancabili viandanti, a non fermarsi mai, perché la verità è nomade, perché Dio è inesauribile e sempre da scoprire.

Ma la domanda che ci si pone è perché Giovanni non parla dell’Eucarestia? Sicuramente non è che la neghi o la rifiuti, ma egli è interessato a cogliere il vero senso dell’Eucarestia espresso dallo “spezzarsi” per gli altri. Uno vive l’Eucarestia non quando partecipa al rito, ma quando si abbassa per prendersi cura delle persone, quando è disponibile a lavare loro i piedi.

Nella passata (presente?) educazione cattolica si pensava che bastasse compiere il rito per essere cristiani o per essere salvi. Il rito, invece, è una evocazione a darsi, a mettersi a servizio degli altri, a fare in modo che ci sia pane per tutti, che il vino rallegri tutte le tavole. Il pane è necessario per vivere: senza pane le persone non diventano persone. Il vino non è necessario, ma è l’elemento che dà gioia, calore, passione. Allora Gesù non è solo “pane” che alimenta, ma anche “vino” che rallegra, che inebria, quindi celebrare l’Eucarestia si esprime nel lavare i piedi, nell’impegnarsi perché tutti gli uomini e le donne possano godere sia del pane che del vino. Il rischio che corriamo, da sempre, è di sentirci a posto quando si partecipa al rito: esso però non è salvifico in sé, è un richiamo ad agire e lottare perché tutti gli uomini e le donne possano diventare persone nella loro dignità e uguaglianza.

“Che ne facciamo di questo pane se non porta a trasformare noi stessi, a rivoluzionare il mondo?” (Tonino Bello).

  • “Gli disse Pietro: tu non mi laverai i piedi in eterno”.  Perché Pietro non vuol lasciarsi lavare i piedi? Secondo alcuni (Maggi) perché ha capito che avrebbe dovuto fare anche lui altrettanto. Egli sognava, nella nuova comunità di Gesù, di avere un ruolo di preminenza e di prestigio e non di abbassamento. È più aderente al Vangelo, il ritenere che Pietro non accettava un Messia debole, voleva un Messia forte e potente che venisse a liberare e a riscattare Israele dalla condizione di subalternità agli altri popoli. Sognava un Israele non solo libero, ma addirittura con un ruolo di egemonia sugli altri popoli.

Pietro, come tanti altri, vagheggiava un Dio onnipotente, capace di costruire e di distruggere con la sua forza e potenza. Così pure il Messia era visto come l’inviato di Dio a operare con la stessa autorità ed energia. Gesù, invece, lavando i piedi annuncia un altro modo di pensare Dio e quindi di concepire il Messia. Dio, come pure il suo Messia, non viene per comandare e neppure per liberare. Viene per risvegliare, con la sua debolezza e povertà, la responsabilità dell’uomo. Quasi a dire che è l’uomo chiamato ad aiutare Dio nell’operare la liberazione del mondo.

Due piccoli impegni.

  • L’amore rispetta i cammini delle persone.
  • Servire è aiutare le persone a crescere.


Venerdì Santo – 03 Aprile 2026

La sofferenza non è un valore in sé!

Essi presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo detto del Cranio, in ebraico Gòlgota, dove lo crocifissero e con lui altri due, uno da una parte e uno dall’altra, e Gesù in mezzo. Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei». Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco. I capi dei sacerdoti dei Giudei dissero allora a Pilato: «Non scrivere: “Il re dei Giudei”, ma: “Costui ha detto: Io sono il re dei Giudei”». Rispose Pilato: «Quel che ho scritto, ho scritto»

(Gv 19, 18-22)

  • “Gesù non ha amato la croce”. Molti anche tra i cristiani, e non solo Freud e Nietzsche, hanno visto la croce come l’invito dell’uomo a rassegnarsi di fronte alla sofferenza, a fare anzi della sofferenza un “valore”, e a diffondere una certa concezione della vita contrassegnata da “remissività”, accettazione rassegnata di ogni contrarietà, se non addirittura ricerca attiva della sofferenza e dell’umiliazione come se fossero per sé stesse dei valori. Ma ci domandiamo: dai Vangeli forse emerge un Gesù rassegnato, passivo, remissivo, succube di qualcuno? O un Gesù risentito e arrabbiato nei confronti della vita? No, di certo!     Al centro della sua vita Gesù non ha collocato la croce ma l’amore assoluto, incondizionato a Dio e ai fratelli, un amore che si è espresso attraverso la verità, la giustizia, la libertà, la misericordia. A questi valori Gesù è rimasto fedele fino in fondo, anche quando ha capito che la fedeltà ad essi avrebbe portato alla morte. La sofferenza e la croce non sono valori in sé. Ma la croce di Gesù rivela che nulla si può costruire di perennemente valido in questo mondo segnato dal voler dominare (peccato), se non si aderisce alla verità, a costo di patire e di morire.
  • “Gesù non indietreggia di fronte all’opposizione”. A un certo momento Gesù intuì che l’inizio nuovo, la venuta del regno di Dio, passava attraverso la sua fedeltà all’annuncio del Vangelo e all’amore anche nell’affrontare la morte ingiusta e infamante. Questa intuizione, alimentata nella preghiera, ha condotto Gesù ad affrontare la morte in modo da portare a compimento la sua missione. È probabile che, inizialmente, Gesù temesse di essere lapidato perché veniva accusato di essere un bestemmiatore, a causa del suo atteggiamento nei confronti del sabato, del tempio, delle tradizioni. La bestemmia, secondo la legge mosaica, doveva essere punita con la lapidazione. Di fatto Giovanni narra dei tentativi di lapidare Gesù: “Presero allora delle pietre per scagliargliele addosso. Gesù però si nascose e uscì dal tempio” (Gv 8,59; cf. 10, 31-32).       

Gesù rifiutava la morte violenta come ingiusta e insensata, però sapeva che il profeta, fedele alla sua missione, deve saper anche morire quando la morte è necessaria per realizzare tale missione. Egli si trovò dunque a dover prendere posizione nei confronti della possibile morte violenta conferendo un senso nuovo a tutta la sua attività e cercando di coinvolgere anche gli apostoli.                     

Quando Gesù rese partecipi i suoi discepoli delle conclusioni a cui era pervenuto per coinvolgerli nelle sue scelte, essi opposero forti resistenze. “Cominciò a insegnar loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso” (Mc 8,31). Gesù faceva questo discorso apertamente. “Allora Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i discepoli, rimproverò Pietro e gli disse: Va’ dietro a me, Satana, perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini” (Mc 8, 32-33).             

In questa situazione, a Gesù si pose il problema di cosa fare di fronte al rifiuto. Diverse alternative si sono certamente presentate al suo spirito: Tornare indietro? Aspettare tempi migliori? Tentare un compromesso con le autorità?                                                                                 

Egli intensificò la preghiera e coinvolse anche alcuni suoi discepoli. La drammatica preghiera nell’orto degli ulivi esprime la sua angoscia, ma anche il tormento delle sue scelte. Alla fine preferisce andare fino in fondo al suo progetto. Gesù ha amato il Padre, la verità, la giustizia più di sé stesso. La croce è il segno del suo impegno e della sua lotta, perché la giustizia e la verità germogliassero nel mondo. Così si esprime Bonhoeffer: “Il Dio che è con noi è il Dio che ci abbandona (Mc 15,34)! Il Dio che ci fa vivere nel mondo senza l’ipotesi di lavoro Dio, è il Dio davanti al quale permanentemente stiamo. Davanti e con Dio viviamo senza Dio. Dio si lascia cacciare fuori dal mondo sulla croce, Dio è impotente e debole nel mondo e appunto solo così Egli ci sta affianco e ci aiuta.”

Due piccoli impegni:

– Gesù ha amato il suo progetto più della sua vita.

– Riconoscere che Gesù non ha amato la croce, l’ha affrontata per rispondere all’amore del    Padre e dell’uomo.

SABATO SANTO – 04 Aprile  2026

VEGLIA  PASQUALE

Credere che è possibile il cambiamento

Dopo il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Magdala e l’altra Maria andarono a visitare la tomba. Ed ecco, vi fu un gran terremoto. Un angelo del Signore, infatti, sceso dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come folgore e il suo vestito bianco come neve. Per lo spavento che ebbero di lui, le guardie furono scosse e rimasero come morte. l’angelo disse alle donne: “Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove era stato deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: “E’ risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Ecco io ve l’ho detto”.

Abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli.

(Mt 28, 1-8)

C’è un’espressione che corre nelle nostre conversazioni e anche nei nostri incontri: “Il mondo è fatto così e nessuno lo può cambiare”, anzi si aggiunge: “Il mondo va verso il peggio”. E molti ricordano fatti ed episodi in cui la gente un tempo si voleva bene e c’era più allegria e serenità. Però non ci si rammenta della guerra che seminava terrore e morte, della fame che ci mordeva, del freddo che ci sferzava nelle nostre case. Vorrei dire a me e a voi, che il mondo è cambiato in questi cento anni, addirittura mi azzardo nel dire che è cambiato in meglio, nonostante i nuovi inquietanti venti di guerra che provengono dalla nuova amministrazione americana.

Perché affermo che il mondo è cambiato in meglio?

Perché c’è più democrazia e più voglia di pensare insieme e di decidere insieme. Questo può portare un po’ di confusione, però è il modo per valorizzare i doni di tutti e le idee di tutti.

Perché c’è più attenzione alla persona e cresce il rispetto della differenza di pensiero, di cultura, di razza. Si comincia ad imparare a vivere e ad amarsi nella differenza.

Anche la Chiesa è molto cambiata positivamente. Tra la Chiesa di cinquanta anni fa e quella di oggi è avvenuta una svolta che ha dell’incredibile. Prima la Chiesa era dominata dalla gerarchia, ora il popolo di Dio è ritenuto corresponsabile della Chiesa nelle scelte e nelle decisioni. La Chiesa è di tutti, si comincia giustamente a dire. C’è in essa più libertà di pensiero. Prima non era ammesso il dissenso, ora c’è maggiore possibilità di proporsi e anche di dissentire, è meno istituzione e più comunione.

Soprattutto nel Concilio Vaticano II la Chiesa ha saputo ritornare al Vangelo e agli Atti degli Apostoli e ha avuto il coraggio di togliersi molta polvere depositatasi lungo i secoli, liberarsi dalle rughe e ringiovanirsi. È vero che molti abbandonano la Chiesa e che c’è una certa emorragia, ma è vero che oggi molti giovani e adulti, hanno una fede più motivata e più convinta. Io avverto che sta esplodendo nella Chiesa la primavera non dei numeri, ma delle coscienze di cui, Papa Francesco è il segno. “Oggi si crede in meno, ma di più” (Congar).

Vorrei, stando al Vangelo di oggi, trovare e indicare tre piste per costruire un mondo nuovo e una Chiesa nuova.

  • “Passato il sabato”. La prima pista emerge appunto dall’espressione “Passato il sabato”. Si legge nel Vangelo che le donne “passato il sabato” vanno al sepolcro. La parola “sabato”, agli Ebrei non suggeriva soltanto il giorno del riposo: il pensiero correva all’intera legge mosaica, che veniva ricordata e memorizzata proprio nel giorno di sabato. A proposito di questa osservanza, Gesù dice: “Il sabato è per l’uomo e non l’uomo per il sabato”, volendo suggerire che la legge è per l’uomo e non l’uomo per la legge. Allora “passato il sabato” si può tradurre: passata la legge mosaica, tramontato il vecchio ordinamento religioso. Per costruire il mondo nuovo, bisogna superare la vecchia mentalità. Certamente, la legge rimane un valore: protegge i più deboli e gli indifesi, rende possibile un’ordinata convivenza; ma le leggi sono imperfette e quindi non si può indugiare su esse. Man mano che il mondo, la conoscenza e la consapevolezza della dignità di ciascun uomo crescono, anche le norme vanno modificate, adeguate: Gesù stesso ha lottato per migliorare le leggi del proprio tempo. Se si vuole creare un mondo nuovo, occorre avere l’accortezza di non fermarsi alle prescrizioni: la vera educazione non deve essere proiettata sull’osservanza, ma sul cercare ciò che è vero e giusto. Non ci si può fissare sul passato, non lo si deve ripetere, occorre andare oltre, saper camminare riconoscendo che Dio è sempre altro e che la verità è davanti a noi e va continuamente cercata.
  • “Maria di Magdala e l’altra Maria andarono a visitare il sepolcro”. Ci vanno le donne non i discepoli. Perché non ci sono i discepoli? Perché gli uomini sono calcolatori, vedono il rischio di mostrarsi discepoli di Gesù: potevano essere catturati anche loro e perseguitati. Le donne invece, sono più coraggiose, sfidano il pericolo e anche l’eventuale opposizione. Nel Vangelo le donne hanno un ruolo e una presenza molto significativa. Eppure nella Chiesa le donne non hanno occupato posti di responsabilità. La Chiesa si è fatta maschilista, non solo non è stata promossa la pari dignità delle donne, ma si è impoverita perché non ha dato spazio alla fantasia, al calore, al sentimento che sono doni particolarmente presenti nelle donne.

Valorizzare nella Chiesa l’elemento femminile è alimentare la cultura del cuore, delle relazioni, dei sentimenti che sono le strade che portano alla fraternità e alla pace e quindi al cambiamento.

  • “Un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò e rotolò la pietra”. Oggi ci sono moltilibri e molti films che parlano degli angeli. Chi sono gli angeli? Al di là della loro discussa esistenza e presenza, gli angeli sono il simbolo del trascendente. E per trascendente intendo dire che c’è una realtà più grande di ciò che è terrestre e umano. Nel nostro mondo c’è qualcosa di misterioso e di imprevedibile, c’è un di più, un oltre. Dovremmo tutti non chiuderci nella terra e neppure nell’umano, ma aprirci al mistero che ci circonda e che supera la nostra ragione. Scrive nel suo testamento il filosofo Norberto Bobbio: “Non mi considero né ateo né agnostico. Come uomo di ragione non di fede, so di essere immerso nel mistero che la ragione non riesce a penetrare fino in fondo, e che le varie religioni interpretano in vari modi”.

Vorrei, con ciò, chiedere a me stesso e a voi di aprirci all’inspiegato che ci circonda. Spesso, siamo troppo razionali. La ragione è un valore, ma occorre scrutare al di là di essa. Siamo troppo curvi su noi stessi e rischiamo di non guardare più fuori, dove esplodono la vita, il mistero, l’oltremondano. Occorre, a questo mistero, dare più spazio.

Due piccoli impegni:

– Il saper vivere la differenza fa crescere l’uomo e il mondo.

– La Chiesa se dà spazio alle donne favorisce la cultura del cuore e delle relazioni.

DOMENICA  DI  PASQUA – 05 Aprile  2026

Verrà un mondo nuovo

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.                                      

(Gv 20, 1-9)

Vorrei proporre, nell’occasione di questa Pasqua, un messaggio così formulato: Pasqua è ravvivare la dolce speranza del mondo nuovo che verrà. E oltre a riflettere su questa prospettiva, naturalmente, cercherò di indicare quali strade si possono praticare per percorrerla.       

  • La dolce speranza. Perché definisco dolce la speranza? Veniamo da anni in cui la dolcezza è rimasta confinata ai margini della vita, come dimensione da dismettere, perché non funzionale al raggiungimento dell’obiettivo, fosse esso la trasformazione sociale o il successo personale. La persona dolce appariva la meno adatta a portare avanti una lotta dura e lunga: s’invocavano e si invocano caratteri grintosi, audaci, che non si arrendano di fronte all’ostilità e al dissenso. Tuttavia, e per rimanere in tema comunitario, oggi si riflette sul fallimento o sulla scarsa incisività delle riforme sognate in ambito ecclesiale e di quelle progettate in ambito socio-politico. In campo ecclesiale, addirittura, si percepisce un palese ritorno al passato: il desiderio di una Chiesa popolo di Dio, comunità in cui si pensa e si decide insieme, si sta spegnendo, anche se si levano qua e là voci che lo richiamano e lo tengono acceso.                                            

Perché il sogno si è interrotto o, quando è andata bene, si è tanto ridimensionato? Una delle cause, e non secondaria, risiede certamente nell’aver trascurato la dolcezza come strumento per perseguire il cambiamento. Gandhi sosteneva che il nemico non va vinto ma convinto. Non si possono imporre le riforme: perché riescano ad attecchire, esse devono venire condivide. Quando s’impone una svolta, anche se è la più opportuna, anche se è la migliore possibile, si compie un atto di violenza che innesca una reazione spesso pericolosa. La dolcezza testimonia, invece, ed è praticabile unicamente, in una relazione vera con le persone, autentica: solo a questa condizione si può discutere, riflettere, scegliere insieme. Paolo VI affermava che i vescovi devono dimostrarsi uomini di comunione e non di comando, e altrettanto i presbiteri: uomini di comunione vuol dire uomini dolci, che sappiano aspettare, ascoltare, rispettare le idee degli altri.

  • Il mondo nuovo che verrà. Il mondo è sempre lo stesso? Una certa convinzione, tra le più diffuse e quasi irreformabili, insegna che esso è sempre uguale. Si lavora, ci s’impegna per modificarlo, ma la realtà non cambia: i poveri rimangono poveri, i potenti hanno sempre ragione, ed i più forti continuano ad opprimere i più deboli. È vero? Se si guarda al mondo superficialmente, senza molto riflettere, è inevitabile concludere che le cose stanno proprio così. Ma si tratta di una lettura debole, che manca di memoria. Sappiamo invece che, sia in campo sociale e politico, sia in campo ecclesiale, perfino il nostro Paese, l’Italia, in questi ultimi cinquanta, cento anni, è molto cambiato: in meglio.                                                 

In campo politico, da un regime chiuso e conservatore, ed attraverso il governo di una dittatura, siamo passati ad una democrazia che patisce certamente difficoltà e problemi, ma porta anche, ne siamo altrettanto sicuri, maggiore attenzione a tutti. Esistono oggi sindacati, associazioni, gruppi, che in qualche modo difendono i diritti delle varie categorie, con libertà d’azione un tempo inimmaginabile. E pure le Chiesa ha vissuto una grande svolta: grazie al Concilio essa si è aperta al dialogo con culture diverse, con altre religioni, con il mondo. Al proprio interno non è più divisa rigidamente fra gerarchia e fedeli, e sta avanzando, anche se con fatica, l’idea di un popolo di Dio in cui tutti siano e si sentano corresponsabili delle scelte comuni.           

Stiamo camminando verso un nuovo cristianesimo e una nuova Chiesa.

  • Un nuovo cristianesimo. Di fronte all’indifferenza religiosa, sempre più dilagante, e di fronte all’emorragia di presenze dalla Chiesa, in alcuni nasce l’inquietante domanda: il cristianesimo avrà un futuro? Pure Gesù si è interrogato: “Quando il figlio dell’uomo verrà, troverà anche la fede sulla terra?” (Lc 18,8). Non è chiaro il senso di questa espressione, ma certamente indica una forte preoccupazione e paura. Anche il teologo Tillard scrive: “Siamo gli ultimi cristiani?”.                  

Io sono spinto a pensare che il cristianesimo avrà certamene un futuro, ma sarà un cristianesimo diverso da quello di oggi: vivremo un cristianesimo meno di massa e più di convinzione. Essere cristiani sarà una decisione libera senza il condizionamento di fattori esterni. Terminerà il regime di cristianità, in cui tutto era cristiano. “Questo essere cristiani per libera scelta è considerato una delle grazie più grandi che l’uomo possa avere sotto il cielo” (Enzo Bianchi).

  • Una nuova Chiesa.

Una Chiesa meno ecclesiastica e più sponsale. Questa “sponsalità” si esprime nel primato delle relazioni sulle funzioni e soprattutto nell’imparare a pensare insieme e a decidere insieme. Si tratta di trovare nuove vie e modalità su cui affrontare insieme i problemi e cercare insieme le nuove risposte.

Una Chiesa meno sacrale e più attenta all’uomo. È questa forse la novità più importante che Gesù introduce nella società del suo tempo. Secondo Gesù, quello che conta per Dio non è la religione, ma la vita delle persone. Per questo motivo Gesù è arrivato a scontrarsi con i sommi sacerdoti del Tempio. Per i sacerdoti di Gerusalemme e i dottori della legge, la cosa più importante era rendere gloria a Dio adempiendo i precetti della legge, osservando il sabato e assicurando il culto al Tempio.                                                                                                                               

Per Gesù, invece, la cosa più importante sono le persone. Per questo si dedica totalmente a guarire gli ammalati, ad alleviare le sofferenze, ad accogliere i lebbrosi e gli emarginati, a difendere le donne, a ridare dignità alle prostitute, a benedire e abbracciare i più piccoli. Sapeva che, per Dio, non c’è niente di più importante delle persone.                                                                      

Una Chiesa meno maestra e più discepola. La Chiesa dovrebbe essere una comunità in continua ricerca del pensiero di Gesù nascosto dentro la Parola e dentro gli eventi della vita; una Chiesa che convoca i credenti a camminare insieme alla ricerca di Dio, ma che pure riconosce che egli è sempre più grande e oltre i confini della Chiesa, sempre eccedente.

Due piccoli impegni:

– Le scelte non vanno mai imposte ma condivise.

– Cristianesimo e Chiesa stanno cambiando, perché si sta puntando, non sulla massa ma sulle convinzioni.