Commento al Vangelo di don Battista Borsato

VII° DOMENICA del T. O.

Da cosa nasce l’ostilità?

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: “Ma a voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro. E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro. Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi. Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio”.

(Lc 6,27-38)

L’umanità si confronta da sempre con quel senso di ostilità che essa stessa spesso genera: la rivalità tra persone, famiglie, gruppi, addirittura tra popoli interi, è purtroppo sempre accesa; le lotte fra le persone, a volte anche armate, lacerano continuamente il tessuto della convivenza e creano disagio, morte, violenza. Potremmo citare uno scritto di Erasmo da Rotterdam, che già nel 1400 si faceva promotore di una cultura di pace, nel quale sostiene che se consideriamo la figura e il portamento del corpo umano, capiamo subito che la natura, o meglio Dio, ha generato questo essere animato non tanto per lo scontro ma per l’incontro, non per la rovina ma per la liberazione, non per offendere ma per aiutare. E allora ci si domanda: “Perché si perpetuano contrasti e ostilità? Perché gli uomini non si guardano come amici ma come nemici?” Sono interrogativi che attraversano pure tutta la Bibbia, ed essa a questo proposito dà una sua profonda e lucida risposta. Secondo il libro della Bibbia, in ciascun uomo (Adamo diventa il simbolo di tutto il genere) cova il desiderio di onnipotenza, la volontà di primeggiare. Per conseguire questa egemonia, noi lottiamo contro ogni forma di minaccia o di possibile attentato ai nostri desideri. Il voler essere come Dio, o meglio, il voler essere addirittura Dio, non può che risolversi in una competizione furiosa, a volte sorda e nascosta, a volte aperta e violenta. Molti, davanti all’impossibilità di raggiungere tale traguardo, si rassegnano, ma è una rassegnazione disperata, frutto della debolezza e dell’impotenza, non di una scelta di vita.

Così accade che ogni uomo vede nell’altro un concorrente, un nemico da cui ci si deve proteggere e difendere, o peggio, che conviene aggredire ed eliminare prima, affinché non ci riservi poi cattive sorprese, come è pensata la guerra preventiva. C’è quindi nell’animo umano il piglio lupesco. La posizione di Hobbes, il quale sosteneva che “ciascun uomo è lupo per l’uomo”, ci è sempre sembrata pessimistica, atroce; in realtà essa coglie in profondità una dimensione potente del nostro animo: quella violenta e usurpatrice.

Anche don Mazzolari, in uno splendido commento sulla leggenda del lupo di Gubbio, afferma che ci sono due tipi di lupo: quello selvaggio, dalla violenza scoperta, e quello civile, la cui violenza è celata dalle buone maniere. Quest’ultima è violenza sotterranea, spesso volutamente coperta da parole di stima, di ammirazione, ma certamente più malefica della prima.

Gesù è cosciente di questa realtà, non è un ingenuo, conosce personalmente l’asprezza dell’ostilità: la sperimenta a Nazareth, nella sua patria, quando i concittadini lo rifiutano e tentano di ucciderlo, e tra i Samaritani, che gli impediscono di attraversare il proprio territorio una volta direttosi verso Gerusalemme.

Questa inimicizia spunta ovunque, tra i credenti e i non credenti, tra gli ebrei e i pagani. È una realtà che trova radice nella parte più profonda dell’uomo, è ciò che la Bibbia chiama lapidariamente “il peccato”.

E il Cristo come lo affronta? I discepoli lo vorrebbero forte, potente, pronto a distruggere ogni cattiva opposizione. Ma Gesù è venuto per amare. Amare vuol dire non pretendere che l’altro ti capisca, ti accolga, ti mostri riconoscenza; significa aprirsi al mondo del tuo vicino anche nei suoi versanti violenti e di peccato.

Chi potrà allora modificare questo dato negativo? Chi potrà rendere il nemico non solo consapevole, ma anche disponibile a cambiare la cultura dell’ostilità in cultura dell’ospitalità? Per Gesù la via è una sola: imparare ad amare l’altro per l’altro, senza volerlo convertire; amarlo anche se poi si sarà ripagati con il rifiuto o con la morte, come è accaduto a Lui.

Una delle cose che i buddhisti possono insegnare a noi cristiani è che nel costruire la pace, prima bisogna accettare la realtà e le persone. L’accettazione significa lasciarle essere, non resistervi e nemmeno giustificarle. L’accettazione richiede la resa, non della capitolazione, ma dell’abbraccio. Non si può giudicare niente se prima non lo si conosce. E come puoi conoscere se prima non lo accetti? Non si tratta di approvare, ma di accettare. Non giudichi, comprendi. Non permetti, ami.

Se risponderemo con odio, rabbia o violenza, peggioreremo soltanto le cose. Soltanto una risposta che scaturisce non dai nostri bisogni dell’io, ma dalla comprensione e dalla compassione, cambierà le cose. Risposte che richiedono l’accettazione e la resa proprie della presenza mentale.

Dobbiamo convertire piuttosto che distruggere. E per farlo dobbiamo prima comprendere le cause e poi lasciare che tale comprensione lasci fluire una risposta compassionevole.

Due piccoli impegni:

– Prendere coscienza che siamo prima noi i nemici degli altri.

– Saper accettare l’altro senza giudicarlo.