COMMENTO AL VANGELO DI DON BATTISTA BORSATO

XXXIV domenica  del T.O.   FESTA DI CRISTO RE

Amare è credere

In quel tempo Gesù disse: “Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. Il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questo miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”. E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna”.

(Mt 25, 31-46)

Il Vangelo di oggi, ultima domenica dell’anno liturgico e festa di Cristo re, ci spalanca una visione drammatica che noi chiamiamo giudizio universale. È una grandiosa parabola con la quale Gesù dichiara come e su che cosa verterà l’esame finale della nostra vita. Sarà un giudizio o un esame che verificherà il nostro progetto di vita e su come abbiamo espresso la nostra fede. Da sempre, ma oggi più di ieri, ci si sta interrogando su cosa sia la fede e su quando possiamo dirci credenti. Un’espressione che corre sulla bocca di tanti, soprattutto dei giovani è: “Sono credente e non praticante”. Questo modo di pensare è soprattutto presente nei fidanzati che venendo per il cammino di fede in preparazione al matrimonio, dopo una annosa lontananza dalla chiesa dicono: “Siamo credenti e non praticanti!”. E per non-praticante intendono il non partecipare alla Messa, il non osservare i precetti della Chiesa, il non pregare. Domandiamoci: “Se un credente compie queste pratiche religiose è realmente un praticante nella linea del Vangelo?”. Un credente è realmente praticante quando ama l’uomo, si prende cura del povero, quando lotta per la giustizia, quando si impegna perché tutti gli uomini siano sfamati, dissetati, vestiti, accolti. Questa è la vera pratica di fede. Ricordo una acuta osservazione di S. Teresa del bambino Gesù: “La differenza non consiste credere o non credere, ma nell’amare o non amare o ancora meglio la differenza non si pone tra chi crede e non crede, ma tra chi ama e chi non ama”. Chi dice di credere ma non ama non è credente, e chi ama e dice di non essere credente è, invece, il vero credente. Ed è su questo orizzonte che si inserisce il messaggio principale del Vangelo di oggi. Alcune sottolineature lo possono chiarire.

“Il re dirà ….venite benedetti del Padre mio….perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ….ero straniero e mi avete accolto“. Se ci atteniamo al testo del giudizio universale, Gesù non chiederà conto a nessuno della sua fede, delle sue idee religiose, dei suoi dubbi o delle sue oscurità teologiche, della sua fedeltà o infedeltà alla dottrina della fede, a quante Messe avrà partecipato, quanti rosari avrà recitato. Neppure gli sarà chiesto se era credente o non credente o se era praticante o meno, ma gli sarà domandato com’è vissuto. L’elemento determinante per la salvezza non è il sacro, ma il profano, possiamo dire con altre parole che ciò che decide per la nostra salvezza non è il religioso, ma il laico. Il giudizio verterà su problemi umani o problematiche sociali.

I grandi temi dell’esame di Dio saranno: il mangiare, il bere, il vestire, la salute, l’accoglienza agli stranieri, la visita ai carcerati.

Certo la lista non è esaustiva, né può esserlo, perché sappiamo che ci sono anche altre cose che sono importanti per la salvezza o la perdizione delle persone;  l’aspetto eloquente, però, è che nessuno dei temi presentati da Gesù si riferisce a tematiche religiose, ma a problemi che toccano l’uomo di qualsiasi fede o anche se egli non ha una fede religiosa. Ma non è solo questo. L’elemento più considerevole è che nel giudizio di Dio non si terrà conto di come ciascuno abbia affrontato i suoi problemi, ma i problemi degli altri. E questo porta a una conclusione sconcertante: se il Vangelo ha ragione, dal giudizio finale si deduce che quello che a Dio importa non è ciò che ciascuno fa per la propria salvezza, ma quello che fa per la felicità e il benessere delle persone con le quali ciascuno s’incontra nella vita.

“Tutto quello che avete fatto a uno solo i questi fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Ciò che è straordinario in questo passo è che Gesù crea un legame così stretto con gli uomini fino a identificarsi con loro: “L’avete fatto a me”. Gli occhi del povero sono gli occhi di Dio! E il povero, che per noi quasi sempre è un anonimo, qui ha il nome stesso di Dio.

Gesù sta pronunciando una grandiosa dichiarazione d’amore per l’uomo: “io vi amo così tanto, che se voi avete fame sono io che ne patisco i morsi, se voi siete malati sento nella mia carne la malattia, e se vi fanno del bene sono io, con tutte le mie fibre, a gioire”. Questa è la cosa più importante da ricordare di questo Vangelo, da ricordare sempre.

Dio aspetta come colui che ha un solo desiderio, quello di vederci tutti dissetati, saziati, vestiti, guariti, accolti. E fino a che ci sarà un solo sofferente, lui non può essere soddisfatto.

Dirà a quelli che saranno alla sua sinistra: “Via lontano da me maledetti…. perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare…”. Qual è la loro colpa? Non hanno fatto del male ai poveri, non li hanno minacciati, maltrattati, umiliati; semplicemente non hanno fatto nulla per loro. È il famoso peccato di omissione. Il peccato più frequente non è ciò che si fa di male, ma ciò che non si fa di bene. Sono quelli che dicono: non tocca a me, non mi riguarda, non sono fatti miei. Il giudizio altro non fa che ratificare la loro scelta di vita: “lontano da me”, perché siete stati lontani da me quando ero nei poveri.

Prima ancora di decidere le mie azioni, davanti a questo Dio io mi incanto, lo accolgo, lo faccio entrare in me, diventa mio. È la mia energia vitale.

Le azioni allora verranno di conseguenza, e quando uno straniero busserà alla mia porta, quando per strada incontrerò un barbone, non mi sentirò diverso da loro, perché vedrò in loro e in me stesso Dio povero che tende la mano.

Due piccoli impegni:

– Essere convinti che l’esame verterà non su quanto abbiamo pregato ma su quanto abbiamo amato.

– Il non accorgersi dei poveri e di chi è solo, il non prendersi cura di loro è già non credere.